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IN BREVE

  • La rivalità Cina-Usa, la pandemia e l’invasione dell’Ucraina hanno provocato la necessità di rivedere il vecchio modello di globalizzazione: molte aziende stanno riportando le produzioni in casa
  • Le catene produttive stanno cambiando e la Cina non è l’unico Paese a beneficiarne: esistono realtà favorite dai nuovi equilibri geopolitici, come l’India, l’Indonesia, il Vietnam e altri
  • Questi Paesi offrono interessanti opportunità di investimento, ma la complessità delle economie richiede una guida esperta in grado di decifrare questi mercati

Una regola classica del giornalismo dice che l’importanza della notizia aumenta insieme alla “vicinanza” al lettore. Per questo motivo i quotidiani, i telegiornali e i siti di informazione in generale tendono a dare maggiore risalto alle notizie locali e nazionali. È un ragionamento abbastanza logico, ma che ha le sue controindicazioni. Molte notizie, infatti, spesso vengono trascurate perché apparentemente lontane da noi.

Ma in un mondo sempre più interconnesso, dove le distanze sono state annullate dalla tecnologia, guardare esclusivamente a ciò che succede in casa può essere un errore. Un esempio? L’aumento del prezzo del petrolio tra luglio e settembre. Una notizia che arriva da lontano, perché è dipesa dai tagli alla produzione decisi da Arabia Saudita e altri Paesi, ma che in realtà incide – eccome – sulla nostra quotidianità, visto che la benzina è arrivata oltre i due euro al litro.

La variabile geopolitica

Il mondo sta cambiando e la variabile geopolitica forse non è mai stata così importante. Prima le tensioni tra Stati Uniti e Cina per la leadership economica mondiale, sfociata nella guerra dei dazi e oggi evidente sulla vicenda Taiwan. Poi l’arrivo della pandemia, che ha messo in crisi un modello di globalizzazione apparentemente inscalfibile. Infine, l’invasione russa dell’Ucraina, che ha mostrato all’Europa i rischi di dipendere dalle forniture energetiche di un unico Paese. Come dicevamo prima, quello che succede a migliaia di chilometri da noi ha conseguenze concrete sulla nostra vita. E la regola vale anche per eventi meno eclatanti di quelli appena nominati. Questi avvenimenti hanno reso palese la necessità, per le aziende europee e americane e in generale per quelle dei Paesi sviluppati, di costruire catene di approvvigionamento più resilienti, a prova di crisi sanitarie e politiche.

La spinta alla de-globalizzazione

Reshoring è un termine che forse avrai letto o sentito sui mezzi di informazione di cui parlavo poco fa. Ed è esattamente quello che sta succedendo in Europa e Nord America. Detto in parole semplici, dopo essere rimaste scottate dalle improvvise interruzioni delle catene di fornitura, le imprese stanno riportando a casa la produzione, finora appaltata con molta facilità a Paesi terzi. O comunque stanno diversificando i canali di approvvigionamento. Dopo essere rimaste a corto di elementi strategici, le aziende (con l’aiuto dei governi) hanno deciso di rivedere il modello produttivo che ha dominato gli ultimi venti anni di storia economica mondiale. Il caso più eclatante è stato quello della carenza di chip, progettati in Occidente ma prodotti per il 60% a Taiwan. La spinta verso la de-globalizzazione ha fatto riconsiderare la posizione strategica e le capacità logistiche e produttive dei singoli paesi in Europa e nel Nord America. Si pensi per esempio all’Italia che vorrebbe candidarsi al ruolo di hub del gas per l’Europa o al Messico che, forte della vicinanza agli Usa, sta moltiplicando le forniture alle aziende americane.

L’India vuole accelerare con la ‘nuova via del cotone’

Ma, soprattutto, spiccano nuovi attori sul mercato mondiale. Tra questi l’India i cui fondamentali economici sono tra i più solidi e promettenti. Le aziende del Paese sono tra quelle a più rapida crescita, con una diversificazione che ha pochi eguali nel mondo. Il lancio delle reti 5G in India dovrebbe accelerare ulteriormente il ritmo della crescita dell’economia digitale, che si prevede arriverà a toccare i mille miliardi di dollari entro il 2030. Una dinamica positiva suggellata dalla cosiddetta “Nuova via del cotone”, il progetto di corridoio economico che, grazie anche all’appoggio del governo di Washington, disegna l’autostrada commerciale che collegherà l’India al Medio Oriente e all’Europa passando per Arabia Saudita, Israele e Italia.

Una mappa di opportunità molto articolata

Ma tra i Paesi in crescita maggiore non c’è solo l’India. Ruoli più o meno di primo piano sono occupati anche dall’Indonesia e dal Vietnam. Per esempio, entro il 2030, si prevede che l’Indonesia sarà il quarto produttore mondiale di “materie prime verdi” utilizzate nelle batterie e nelle reti, dietro solo ad Australia, Cile e Mongolia. In Vietnam, invece, si stanno insediando molte grandi multinazionali che vogliono diversificare le basi produttive troppo concentrate in Cina o a Taiwan.
Se poi aggiungiamo le occasioni in Arabia Saudita, che dopo aver basato il proprio benessere sul petrolio ha l’obiettivo di diventare leader nelle energie rinnovabili, e in alcuni Paesi dell’Africa (ricchi di materie prime indispensabili per la transizione energetica), la mappa delle opportunità è davvero articolata.

Focus sui Paesi con maggiori potenzialità a medio e lungo termine

E lo è anche per gli investitori costretti per questo a ribilanciare i pesi nei singoli Paesi con le maggiori potenzialità a medio e a lungo termine. Perché se la Cina sta entrando in una fase di crescita più matura, e il Giappone e la Corea del Sud sono ormai stabilmente considerati Paesi asiatici sviluppati, molti altri mercati emergenti o di frontiera sono spesso trascurati dalla maggior parte degli investitori.

Tante opportunità ma anche rischi

Ma attenzione. È vero che ci sono tante opportunità da cogliere, ma esistono anche rischi da evitare. Parliamo di mercati lontani e complessi e, spesso, con regole non sempre allineante a quelle degli standard europei e statunitensi in fatto di investimenti. Inoltre, non esistono nemmeno tanti strumenti finanziari specializzati disponibili. Per queste ragioni è indispensabile non perdersi nella giungla delle occasioni e, soprattutto, ridurre al minimo i rischi senza pregiudicare le potenzialità di profitto.
Perché anche in finanza è decisivo avere il giusto equilibrio tra la spinta a scoprire nuovi itinerari e quella ad avventurarsi senza le dovute conoscenze.

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